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Monastero Mater Carmeli Biella
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Amicizia con Gesù - 1

Perché fermarsi a riflettere sul tema dell'amicizia con Gesù? Perché vogliamo vivere un discepolato dell'amore e non del dovere.

ev4pa15.jpg Amicizia con Gesù: un discepolato dell'amore e non del dovere.


Cominciamo dunque entrando silenziosamente con la preghiera in quella grande sala con tappeti al piano superiore di un edificio in Gerusalemme che i discepoli dietro indicazione di Gesù avevano preparato per la Pasqua, il Cenacolo ( Cfr 14,15).

Il momento è forte. Gesù sa che è arrivata la sua ora. Prima delle parole  pronunciate lascia ai suoi discepoli le "parole" di un gesto: si china a lavare loro i piedi. " Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi."

Teniamo bene a mente questo "come ho fatto io così facciate anche voi".

Dice il proverbio popolare: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

Camminare con Gesù ci porta a ripetere i gesti di Gesù, a comportarci come Lui si è comportato, per essere riconosciuti amici suoi.

Dice la scrittura: ognuno è, come è il suo amico.

Ma procediamo gradualmente.

Leggiamo ora Giovanni che riporta alcune parole del discorso di quella sera. (Gv 15, 1-17).

"Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo:ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i  miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio  e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento:che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che  io vi comando.
Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. "

È Gesù che ci fa suoi amici. È Gesù che ci riscatta dalla condizioni di servi. Perché lui ci ha fatto conoscere tutto ciò che ha udito dal Padre.

L'amicizia con Gesù è un dono da chiedere, un dono a cui predisporsi cercando di ascoltare le Sue parole. E' la sua parola che ci fa entrare a far parte dei suoi.

L'amicizia di Gesù è un dono gratuito: non siamo noi che possiamo "comprarla" con il nostro essere buoni, bravi, lodevoli.

Non siamo noi ad avere scelto Lui, ma è Lui che ci ha scelto.

Essere stati scelti vuol dire essere stati pensati e amati da Dio fin dall'inizio dei tempi: il mondo ancora non c'era e noi eravamo nel pensiero di Dio.

Amati dall'eternità e per l'eternità: questa è la piattaforma sulla quale si posa la nostra amicizia con Dio!

Allora: Gesù ci fa suoi amici, ci sceglie, ci dice che non siamo più schiavi, servi, quindi ci manda verso la vita perché portiamo frutto.

E questo frutto matura rimanendo innestati in lui. Senza di me non potete far nulla. Noi possiamo continuamente rimanere ed essere suoi amici se facciamo quello che lui ci comanda.

Ma cosa  ci comanda?

Andiamo a  leggere Luca 12, 4-7: "A voi miei amici, dico: non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono fare più nulla. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri!"

Ci comanda prima di tutto di non temere. La sorte dei discepoli la conosciamo: hanno tutti seguito la fine del Maestro! Anche il nostro essere cristiani del 2007 non ci deve far perdere di vista questa dimensione di martirio, cioè di testimonianza della nostra vita.

Non dobbiamo temere: agli occhi di Dio valiamo più di cinque passeri, tutti i nostri capelli sono contati.

Cioè non passa attimo che il Signore non raccolga anche il nostro più piccolo gesto o sospiro. Questo è l'amicizia vera: Gesù ci è vicino sempre.

Se non temiamo, se cioè sappiamo andare contro corrente, assumendoci anche la difficoltà della nostra testimonianza cristiana lì dove viviamo e lavoriamo porteremo "frutto", e il frutto per Dio è la santità di una vita che si sforza di incarnare nel quotidiano il massimo comandamento , quello dell'amore: amarci gli uni gli altri come Gesù ci ha amato.

Gesù dice: vi ho dato l'esempio perché così facciate anche voi.

ev2vp08a.jpgCosa dobbiamo fare?

Se guardiamo Gesù il suo desiderio è sempre stato di compiere la volontà del Padre. Questa è la via della libertà che ci insegna la sua amicizia: riconoscere il nostro limite di creature, rese però capaci di Dio. Il Padre in Gesù ha ristabilito la sua amicizia con l'uomo.

Gesù ci porta a guardare in faccia noi stessi. Lui è stato l'amico dei pubblicani e dei peccatori. Quando andava a pranzo da loro il clima era di serena cordialità, perché non era il peccato che scandalizzava Gesù, piuttosto la negazione del proprio peccato. I pranzi fatti a casa dei farisei finivano sempre con degli espliciti richiami alla trasparenza, alla presa di coscienza del proprio limite.

In Lui noi possiamo portare frutto. Questo stare innestati in Lui in qualche modo ci fa uscire dal nostro delirio di onnipotenza.

Noi torneremmo subito polvere e cenere se Dio non ci pensasse con amore ogni attimo della nostra vita.

Sentire su di noi questo sguardo ci guarisce, ci fa sedere con allegria anche noi alla tavola dei peccatori, cioè ci riconosciamo fallibili, bisognosi di misericordia.

Cambiamo ora il luogo della nostra riflessione,entriamo nella casa di Betania ( Lc 10,38-42).

"Marta lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella,di nome Maria, la quale sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto fattasi avanti, disse:"Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". Ma Gesù le rispose: " Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta."

La casa di Betania  era il luogo dove Gesù si ritirava per riposare, dove  condivideva con i suoi amici Lazzaro, Marta e Maria momenti di  particolare intimità. Quali benevoli richiami Gesù rivolge a questi suoi amici?

A Marta affannata nel preparare l'accoglienza di un buon pranzo dice:Marta, Marta perché ti preoccupi di troppe cose? Una sola è la cosa di cui c'è bisogno.

La cosa essenziale tra gli amici è l'ascolto. Se non c'è ascolto non c'è dialogo, non c'è conoscenza, non c'è amore profondo che può circolare. E anche lo stare a tavola insieme finisce per essere una condivisione solo superficiale.

Gesù ci invita a cogliere questa urgenza primaria: sedersi ai suoi piedi, scegliersi la parte migliore, come ha fatto Maria, la sorella di Marta. Gesù definisce l'ascolto delle Sue parole la "parte migliore" perché solamente ascoltando la Sua parola si può diventare liberi veramente, si può rimanere tralci uniti alla vite, si può portare frutto, un frutto che rimane. Ciò che la Parola di Dio opera in noi rimane per l'eternità, perché Dio è eterno e così il suo amore con il quale ci ama, la sua misericordia con la quale ci guarisce, la sua benevolenza con la quale ci custodisce.

Saper scegliere nella vita la parte migliore vuol dire mettersi costantemente dalla parte di Gesù, schierarsi con Lui, rimanere in ascolto.

Ritorniamo  al principio che ha mosso questa nostra riflessione e che vi vede oggi qui al Carmelo:

Perché fermarsi a riflettere sul tema dell'amicizia con Gesù?

Abbiamo detto perché  vogliamo vivere un discepolato dell'amore e non del dovere.

Dal Cenacolo abbiamo colto il messaggio di essere stati scelti, di essere stati chiamati amici da Gesù.

Quando Dio chiama, dà vita a ciò che chiama. Quindi se ci ha chiamato amici ci ha donato, continuamente ci dona, la capacità di esserlo.

Sempre dal Cenacolo abbiamo appreso che essere amici vuol dire compiere ciò che Lui , Gesù ha compiuto,ma per compiere ciò che Lui ha compiuto occorre l'ascolto, e questo lo abbiamo appreso entrando nella casa di Betania, un ascolto che significa scegliere la parte migliore che non ci sarà mai tolta. Un ascolto che vuol dire procurarci non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna ( Gv 6,27).

L'ascolto della parola di Dio non è mai fine a se stesso, non ci chiude nel nostro star bene solo con noi stessi, ma ci apre gli occhi alla realtà che ci circonda.

La scena del Cenacolo si è aperta con la lavanda dei piedi da parte del Maestro.

Non sono i discepoli che fanno  a gara per lavare i piedi a Gesù, non ci hanno forse neanche pensato. Ma Gesù non può non lavare loro i piedi: è una esigenza urgente dell'amore quella di sovvenire alle necessità degli amici gratuitamente.

Vi trovate in un Monastero carmelitano. La famiglia religiosa carmelitana ha una storia che dura da ottocento anni. Molti uomini e donne hanno trovato in questa spiritualità carmelitana la loro via per vivere l'amicizia con Gesù.

Ora continuiamo la nostra riflessione attingendo al tesoro dei santi carmelitani.

Ascoltiamo alcune parole di S. Teresa di Gesù, una monaca carmelitana spagnola vissuta nel 1500 (n. Avila il 28/03/1515; + 4/10/1582) e dichiarata dalla Chiesa Dottore, cioè affidabile per la sua dottrina, una dottrina che può insegnarci qualcosa, valida al di là dei tempi diversi.

S.Teresa, da donna molto umana e diretta, cerca di spronarci all'amicizia con Gesù attraverso un cammino di preghiera fedele e costante, anche quando constatiamo le nostre cadute, i nostri peccati, le nostre stanchezze. Se noi ci stanchiamo di Dio,Lui non si stanca mai di noi!

Scrive S.Teresa :

"Posso dire soltanto quello che so per esperienza: cioè che chi ha cominciato a fare orazione -  cioè a pregare - non pensi più di tralasciarla, malgrado i peccati in cui gli avvenga di cadere.

Con l'orazione potrà presto rialzarsi, ma senza di essa sarà molto difficile. Non si faccia tentare dal demonio a lasciarla per umiltà, come ho fatto io,e si persuada che la parola di Dio non può mancare. Se il nostro pentimento è sincero e proponiamo di non offenderlo più, Egli ci accoglie nell'amicizia di prima, ci fa le medesime grazie di prima, e alle volte più grandi, se la sincerità del pentimento lo merita...ho molta fiducia nella misericordia di quel Dio che nessuno ha preso invano per amico, perché per me l'orazione - la preghiera - non è altrochè un intimo rapporto di amicizia, un intrattenersi frequentemente da solo a solo con Colui da cui sappiamo d'essere amati." (V. cap. 8, 5-6).

Sintetizziamo:

  • non abbiamo bisogno di essere "perfetti" per iniziare a pregare.
  • è proprio nel bel mezzo del nostro scoprirci peccatori che dobbiamo perseverare nel nostro pregare.
  • è Gesù che ci fa suoi amici donandoci molto più di quello che possiamo chiedere o sperare.
  • la preghiera non è un obbligo, un dovere, ma una conversazione con Dio scoperto come Amico.


2_teresa_calcutta.jpgAffidiamoci anche alle parole di una Santa dei nostri tempi, instancabile discepola di Gesù, la beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità

«Pregare sempre, senza stancarsi»

Se desiderate partire alla ricerca di Dio pur essendo alle prime armi, imparate a pregare, imponetevi semplicemente di pregare ogni giorno. Potete pregare dovunque, in qualunque momento. Non c'è bisogno di essere in una capella o in una chiesa. Potete pregare lavorando: il lavoro non impedisce la preghiera, né la preghiera impedisce il lavoro. Provate a rivolgervi direttamente a Dio. Parlategli, ditegli tutto, spontaneamente, come viene. È il Padre di tutti noi. Qualunque sia la nostra religione, siamo tutti creati da lui e siamo i suoi figli. Possiamo fidarci di lui, amarlo, credere in lui, lavorare per lui. Quando preghiamo, i nostri problemi sono risolti secondo il nostro bene.
Senza la preghiera, non potrei compiere il mio lavoro, nemmeno una mezz'ora. Traggo la mia forza da Dio, nella preghiera.

 

Pista per la riflessione personale

 

  1. Rileggo con calma, senza fretta, il brano del Vangelo. Lascio che la Parola risuoni dentro il mio cuore. Non devo memorizzare tutto: prendo al volo quella parola che mi "parla" dentro e la custodisco, è questa che mi aprirà il sentiero per la mia meditazione. Meditare è pregare, ascoltare, "masticare" la parola perché diventi nutrimento, perché sia assimilata da ogni nostra cellula e ci vivifichi.
  2. Non voglio dimenticare questa Parola importante che il Signore oggi mi sta comunicando: scrivo qualcosa, appunto il desiderio profondo che emerge nel mio cuore al contatto con questa Parola ascoltata e meditata. Quando ci scottiamo con una  pentola calda ci rimane il segno per giorni: il Signore è fuoco vivo che vuole lasciarci un segno.
  3. Ho letto con calma. Ho appuntato qualcosa. Ora chiedo al Signore di prendere nelle sue mani queste mie riflessioni e di custodirle come un buon amico fa con il suo amico quando gli chiede di custodire qualcosa di prezioso. Questa oggi è la mia preghiera!

 

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